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- TURISMO -

CAPPELLA DEL CRISTO DI PIETA' DI HANS CLEMER

Nella chiesa parrocchiale di Costigliole Saluzzo, dedicata a Santa Maria Maddalena, è presente un vano in corrispondenza del presbiterio, con volta a botte a sezione ogivale e mattoni a vista. Si tratta probabilmente di una cappella cimiteriale costruita al tempo della chiesa soprastante; in essa sono ancora visibili due affreschi. Il primo si trova al fondo della parete di destra e rappresenta in un riquadro un cavallo bianco con bardatura e due figure: un cavaliere con copricapo orientale e un personaggio nimbato. L’affresco è molto lacunoso per decifrarne l’iconografia. Il cavaliere pare osservi la zampa posteriore sinistra del cavallo. La figura nimbata pare aureolata. Il tutto, secondo il Perotti farebbe pensare al miracolo di Sant’Eligio che riattacca la zampa dell’animiale. L’Antonioletti asserisce però che in tutte le iconografie di tale miracolo, il Santo appare con vesti di fabbro e non avvolto in veli, anche se effettivamente nell’affresco in oggetto, sullo sfondo, si individui una bottega con dei basti appesi. Il disegno rivela un buon tratto, opera di qualche pittore raffinato della seconda metà del ‘400. L’opera reca parecchie iscrizioni e date: 1562 quella più antica, 20 febbraio 1598 un’altra. Un’altra ancora, leggibile solo a luce radente, testimonia l’esecuzione di un quadro ad opera di un certo pittore Pietro Mambre di Santo Spirito che in effetti si trova nella Parrocchiale. E’ verosimile pensare che alcune di queste date siano conseguenti alla permanenza nella cripta di soldati in stato di prigionia nel corso delle diverse occupazioni militari.
Nella parete absidale, nello spicchio di destra, è rappresentato il Cristo di Pietà attribuito ad Hans Clemer. La figura a mezzo busto, posta difronte ad una semplice croce lignea, emerge dal sepolcro di pietra chiara, le mani incrociate davanti al ricco perizoma di tessuto azzurro. Gesù, con la sua chioma fluente incorniciata da un’aureola a fasce di colore alternato rosso e bianco, ha il capo reclinato e reca, conficcata nella fronte da cui stillano gocce di sangue, una fitta corona di spine. Lo sguardo sofferente e corrucciato, è fisso, perduto nel vuoto, le labbra serrate. Sul fondo a monocromo rosso mattone, a destra della croce, si staglia netta l’ombra scura riflessa dal corpo di Cristo, accanto alla quale il pittore ha dipinto, di profilo, il volto barbuto di Giuda, la borsetta gonfia dei trenta denari del tradimento e i tre dadi da gioco dei soldati romani. Più in basso, appoggiati sul bordo del sarcofago, si riconoscono la lanterna di Giuda e il gallo a ricordo della negazione di Gesù da parte di Pietro. La parte bassa dell’affresco è occupata da un’iscrizione in caratteri gotici che si articola su quattordici righe tre delle quali, le ultime in basso, difficilmente leggibili e altre lacunose a causa della caduta dell’intonaco: si tratta di preghiere dedicate al Cristo della passione che invocano la salvezza dell’anima e che venivano recitate a suffragio delle anime, per ottenere indulgenze e perdono dei peccati.
Questa raffigurazione è comunemente nota come “Cristo di pietà” o “Cristo della Messa di San Gregorio”. Frequenti sono infatti le raffigurazioni di tale iconografia nel nostro territorio. L’immagine era oggetto di una particolare devozione nell’ambiente popolare: se, dopo essersi confessati, si recitavano davanti alla sacra immagine sette Pater, sette Ave e le sette preghiere di San Gregorio si ottenevano seimila anni di perdono. Nel corso del sec. XV i papi aumentarono queste indulgenze fino ad arrivare a ventitremila anni.Questa figura del Cristo, che rappresenta la sofferenza dell’agonia e della morte, si può considerare come una delle tante espressioni figurative delle meditazioni sulla morte, suggerite dalle numerose Artes Moriendi del sec. XV. Il Cristo di Pietà, proprio come simbolo della fine della vita, aveva spesso una destinazione funeraria: scolpito sulle tombe o dipinto negli arcosoli o nelle cimase dei polittici con lo scopo di far ottenere le indulgenze, poteva anche servire da epitaffio funerario. La presenza di tale iconografia nella cappella sotterranea della parrocchiale di Costigliole conferma la sua funzione cimiteriale, tanto più che essa comunicava direttamente con il cimitero retrostante. L’affresco di Costigliole che si trovava in pessime condizioni di conservazione a causa del degrado dell’ambiente rimasto a lungo tempo inaccessibile e utilizzato nei secoli scorsi come cantina, è stato sottoposto negli anni 1996-1997 a restauro conservativo condotto da Mariano Cristellotti e diretto da Bruno Ciliento, anche grazie alla sensibilità dell’Associazione “Costigliole nostro” e al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo. L’affresco di Costigliole si presta a pertinenti confronti con la tavola dell’Ecce homo, appartenente al polittico del Duomo di Saluzzo, riferito al Maestro d’Elva e datato intorno al 1495. Sia nel Cristo di Costigliole che in quello di Saluzzo troviamo la stessa imponenza fisica e la stessa espressione sofferta del volto. L’incisione dei contorni, i grandi occhi, le labbra carnose, il disegno nervoso, le linee spezzate, tracciate con segno energico, sono altri caratteri che accomunano le due opere, anche se nella tavola saluzzese la pesantezza delle vernici ha offuscato la modellazione. L’unica differenza che si può notare è nel perizoma, risultando quello di Costigliole maggiormente elaborato nelle pieghe. Indubbia sembra l’attribuzione a Hans Clemer, confermata da una serie di convincenti confronti con opere del maestro tra le quali si possono citare i volti dolenti del Cristo sulla Croce di Elva e del Cristo deposto della chiesa di Sant’Agostino a Saluzzo. Lea Antonioletti sulla scorta della datazione del polittico del Duomo di Saluzzo aveva ipotizzato una cronologia assestata intorno alla metà degli anni novanta del XV secolo. Tale cronologia, alla luce delle recenti proposte di datazione delle tavole del Duomo e tenendo conto dei confronti che si possono istituire con la lunetta affrescata della chiesa di Sant’Agostino, scala verosimilmente nel primo quinquennio del XVI secolo. Quale fu la committenza di quest’opera? Nobiliare, probabilmente. Il pittore, che lavorava per il marchese Ludovico II, era conosciuto anche dalla sua corte: i Da Costigliole forse lo conobbero a Saluzzo nel periodo di congiuntura politica a loro più favorevole e lo invitarono a lavorare sia nel loro castello che nella parrocchiale. Il restauratore Mariano Cristellotti afferma che: “l’affresco è eseguito in maniera estremamente veloce, nel corso di un’unica giornata. Il Clemer non cura minimamente i bordi lasciati molto al grezzo” questo farebbe pensare che l’opera sia stata realizzata a ricordo della morte di un qualche componente della consorteria dei Da Costigliole. La presenza dell’affresco ci illumina sull’importanza che aveva Costigliole nel Marchesato e sull’immagine prestigiosa che i nobili volevano dare si sé. Ma fu soltanto un breve momento di splendore, perché a partire già dal secondo ventennio del nuovo secolo la situazione politica cambiò. Con le guerre per la successione del Marchesato e sotto la dominazione francese il borgo di Costigliole fu più volte danneggiato, la chiesa subì numerose occupazioni militari, devastazioni e spogliazioni che ne deturparono irrimediabilmente l’aspetto originario.

Scheda a cura dell’Ufficio Turistico del Comune di Costigliole Saluzzo
“Costigliole Saluzzo, le dolci colline del Quagliano scheda n.° 2/1, 2003”
Rielaborazioni tratte dai seguenti testi:
Lea Antonioletti, “La parrocchia di Costigliole Saluzzo nel secolo XV: la fabbrica, gli affreschi. Un inedito del Maestro d’Elva” – estratto dal Bollettino S.S.S.A.A. – Cuneo, 1986
Maria Grazia Gobbi, “Quel volto di Cristo…” articolo apparso sul “Corriere di Saluzzo” il 07.11.1997
Elena Pianea, “L’affresco del Cristo di Pietà di Costigliole Saluzzo, 1500-1505” da “Hans Clemer il Maestro d’Elva” a cura di Giovanna Galante Garrone ed Elena Ragusa – Editrice Artistica Piemontese – Savigliano, 2002